Nereo Rocco, l’uomo che mise il catenaccio alle porte dell’Italia 

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Quaranta anni fa moriva “El Paròn”. Così veniva chiamato Nereo Rocco ancora oggi etichettato come l’inventore del calcio moderno. E se si vuole discutere, anche che è stato l’inventore del “catenaccio”, quel modo di giocare che come prima regola aveva quella di “distruggere tutto quello che si muove in area” e come seconda, più cerebrale e sottile, quella di marcare il centravanti avversario avendo le spalle protette da un uomo chiamato “libero”.

“È solo pallone”

Ma Rocco era anche, anzi soprattutto, un uomo bonario mimetizzato nei panni di un allenatore burbero e schietto. A ciò abbinava una forte carica umana di simpatia che spesso e volentieri esplodeva in innumerevoli fragorose risate accompagnate da perle di saggezza passate alla storia. Qualche esempio? “El calcio xe semplice: uno in porta e 10 fora” e se un allenatore avversario, di una squadra più titolata della sua Triestina, si augurava che “vinca il migliore” lui ribatteva “speremo de no…”. (Per la cronaca: l’incontro era con la Juventus).

A Trieste, ma non solo, è un’autentica istituzione. Basti pensare che lo stadio è intitolato a lui con all’ingresso della tribuna Pasinati un suo mezzo busto. E una statua che lo ritrae con la mano a coprire gli occhi dal sole, campeggia anche a Milanello, il centro d’allenamento del Milan. Insomma parlare di calcio senza nominarlo è difficile. Tanto che sul “Paron” sono stati scritti almeno una mezza dozzina di libri e da ultimo, su testo del giornalista-scrittore Paolo Marcolin, è stata anche rappresentata una commedia dal titolo senza sottintesi “Ciò mone xe solo futbol”.. come dire “Tranquilli ragazzi, è solo calcio”.

La Coppa dei Campioni si vince a tavola

Ma oggi – si chiedono in tanti – un tipo alle Nereo Rocco sarebbe ancora moderno, attuale oppure vecchio e superato? L’ultima “tavola rotonda” allestita con i figli Tito e Bruno ha convinto tutti: Nereo oggi, con i suoi concetti, la sua filosofia del calcio, il suo saper decidere e scegliere chi far giocare e chi no, sarebbe ancora il numero uno, pur in un mondo che non gira più come una volta. Anche perché lui con il suo Padova aveva trasformato undici “normali” in undici “fenomeni”, insomma un mago. “Ma papà prima di tutto – dice Tito – pretendeva che i giocatori fossero uomini. Il calcio veniva dopo. Era un’amante della famiglia, del gruppo, della tavolata, della compagnia. Là, in quelle situazioni lui faceva nascere le vittorie”.

Trieste lo ricorda

“Era un grande papà, un grande allenatore e un grande uomo – racconta il figlio Gruno all’Agi – E amava tantissimo la sua città”. E a una persona così, che quando usava il dialetto triestino era convinto di parlare una lingua universale, a 40 anni della sua scomparsa Trieste ha in allestimento alcuni appuntamenti importanti. Primo fra tutti una Santa Messa mercoledì 20 febbraio alle ore 19 nella Chiesa Notre Dame de Sion, cui parteciperanno figli, nipoti, amici e tifosi alabardati. Questi ultimi poi si ritroveranno tutti assieme domenica 23 febbraio allo Stadio dove prima della partita casalinga della Triestina, Nereo Rocco verrà ricordato dalla società alabardata con il suo amministratore delegato Maurizio Milanese ed altre personalità. Ci sarà anche uno scambio di omaggi-ricordo. Infine il “Paron” sarà ricordato questa sera al Teatro Miela nel corso della presentazione “1945, Checkpoint Trieste”, documentario prodotto da Sky Sport a cura di Matteo Marani presente all’evento.

Zona A e Zona B, ma tutti in Serie A

Focus di questo lavoro è la Trieste fra il 1945 e il 1948, gli avvenimenti di politica e diplomazia internazionale in cui lo sport recita un ruolo di primo piano. Per la prima volta nella storia una città si trova ad avere due squadre di calcio in Serie A, ma in due Paesi vicini e diversi: la Triestina in Italia, la compagine del Ponziana nel campionato jugoslavo. La divisione in Zona A e Zona B della città giuliana si palesa così anche nello sport, con un ruolo decisivo giocato dal Coni, che si appella al Cio per vedere riconosciuta l’italianità degli atleti triestini.

Le ricostruzioni vanno dal contestato arrivo del Giro d’Italia a Trieste al difficile destino toccato agli sportivi istriani e dalmati, dai successi di Nino Benvenuti a quelli della Triestina, la squadra di Nereo Rocco che nel 1947-48 si classificò al secondo posto accanto a Juventus e Milan, a ridosso solamente del grande Torino.

Il talento del Signor Roch

Nereo Rocco è stato uno degli allenatori italiani più vincenti, grazie ad una lunga sequenza di trofei conquistati tutti col Milan negli anni ’60/’70. A Trieste era nato il 20 maggio 1912, città dove di fato abitò per tutta la vita con la moglie Maria Berzin e i figli Bruno e Tito. Di origine austriaca, il nome originale era Roch, ma dovette cambiarlo in Rocco nel 1925, sotto il fascismo.

Comincia da calciatore prima nelle giovanili poi in prima squadra con la Triestina e esordisce in Serie A il 6 ottobre 1929 in una partita contro il Torino, persa per 1-0. Diventa titolare a 18 anni, occupando il ruolo di mezz’ala e gioca con gli alabardati otto stagioni, fino al 1937: 232 partite con 66 reti.

Nasce il Padrone

Passa quindi per 160 mila lire al Napoli. Con i campani in 52 partite, segna 7 reti. Conclude la carriera al Padova in Serie B, disputando 47 partite e siglando 14 reti. In totale Rocco ha disputato in massima serie 287 gare in 11 campionati, segnando 69 gol. Una partita anche in Nazionale, nel 1934, a Milano contro la Grecia, vinta dagli azzurri per 4-0. I veri successi arrivano però da allenatore. Identificato come l’inventore o almeno come colui che l’ha introdotto in Italia, del “catenaccio”, ha sempre rifiutato questa etichetta. Quando prende in mano la sua Triestina nel 1947 e la porta ai vertici del campionato, nasce la leggenda, Quella del paròn (“il padrone”). E le leggende, quelle vere, non muoiono mai.

Milan

Dopo due stagioni passa al Treviso in Serie B. Tre anni e viene richiamato alla guida della Triestina in A, ma viene esonerato nel corso della stagione 1953-1954. Viene allora chiamato a Padova in B: lo porta alla salvezza, poi alla promozione e nella stagione 1957-1958 addirittura al terzo posto. La ‘svolta’ quando viene ingaggiato dal Milan, con cui vince lo scudetto al primo campionato, con in squadra un giovanissimo Gianni Rivera. Nella stagione successiva (1962-1963), porta a casa la prima Coppa dei Campioni del Milan e del calcio italiano, battendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Si trasferisce quindi al Torino per 3 stagioni per tornare, nel 1967-1968 al Milan con il quale conquista nuovamente lo scudetto e, nello stesso anno, la Coppa delle Coppe. La stagione seguente arriva la seconda Coppa dei Campioni mentre, in quella ancora successiva, dopo una memorabile sfida in Argentina contro l’Estudiantes, conquista la Coppa Intercontinentale.

L’ultima panchina

Dopo aver guidato i diavoli per altre tre annate, vincendo ancora una Coppa delle Coppe nel 1972-1973 e la Coppe Italia nel 1971-1972 e nel 1972-1973, Rocco lascia il Milan a febbraio 1974 per divergenze con la dirigenza. Passa alla Fiorentina dove ottiene un ottavo posto poi lascia. Ricopre successivamente il ruolo di direttore tecnico nel Padova e per due stagioni nel Milan, per poi tornare in panchina nel 1977 quando vince la Coppa Italia. Ha allenato in serie A 787 partite vincendo dieci trofei ufficiali (due Campionati, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe, una Coppa Intercontinentale) col Milan.

La Voce del Padrone

Due anni dopo l’ultima panchina, si spegne dopo una breve malattia. Non è più tempo di catenaccio, al Milan sta per arrivare un signore chiamato Silvio Berlusconi e l’Italia si è innamorata di quella ciofeca confusionaria a 11 che gli olandesi hanno imposto al mondo, senza riuscire peraltro a vincere nemmeno un Mondiale. Si chiama “calcio totale”, ed ha il fascino apparente di una donna di gran classe mentre sotto sotto è solo (per dirla con Neno Fascetti) un bel casino organizzato.

Ma ad un certo punto, proprio contro l’Olanda, l’Italia allenata da Dino Zoff si trova a giocare una semifinale dell’Europeo del 2000, e gli azzurri sono esattamente nella condizione della Triestina di Rocco che incontrava la Juventus.

Inaspettato come un fenomeno soprannaturale, dagli spalti della curva si alza uno striscione che porterà quell’Italia all’insperata vittoria. Una parola, una sola: “Catenaccio!”. La voce della curva, di un popolo, di un Paese.

Soprattutto, la Voce del Padrone.

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