Carte d’identità

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di Iuri Lombardi

[Di seguito vengono pubblicate alcune pagine del romanzo di Iuri Lombardi, I banditori della nebbia, LFA Publisher, Napoli, 2019, pp. 146, € 15,00. Si ringrazia l’editore per la gentile concessione – ght]

Non sappiamo se questa storia abbia avuto mai un inizio o se, per ipotesi, in fragranza di un dato oggettivo, come si suole dire, o peggio ancora per assurdo il tutto sia vero, sta di fatto che la sera spesso andiamo da Artemio, sin poco fuori la piazza dell’Anfiteatro e là restiamo a confabulare, a giocherellare in un bailame simile a una nidiata di zanzare imprigionate da una rete. Artemio lavora in una botteguccia da poco, in una stamberga ripristinata da un sottosuolo adibito a cantina, dove per secoli è stata conservata nei sacchi la farina di castagne e quella bianca per i’Necci e il Pane di Altopascio e ora, nella dimenticanza di un gesto amoroso, nel tripudio di un ludibrio immemore, trasformata in una rivendita di souvenir.
Da Artemio passiamo il tempo, quel briciolo che abbiamo, come è uso fare a una banda di amici dopo il lavoro in un contesto meno assurdo del nostro in un bar, nell’intento di dimenticare ciò che avviene nella nostra piccola galassia e tralasciando nel dimenticatoio, in una delle tante intercapedini dell’inconscio, la ragione del nostro essere a Lucca, dell’esilio, di questa strana reclusione, se pur democratica, di stato. In effetti, se vogliamo dircela tutta ed essere sinceri sin nelle viscere, noi siamo qua per volere del Dott. Max e lui a sua volta per volontà di Andrea Della Farina, l’imprenditore, il luminare di psichiatria, che per disegno dell’attuale coalizione politica ha investito, mettendo su una piccola emittente televisiva. E in piena era post-industriale siamo ad intavolare un ordine di informazione, un palinsesto di trasmissioni apparentemente senza uno stralcio di motivo. Ma sappiamo anche la ragione è solo un dettaglio- un souvenir, come quelli di Artemio.
Siamo anche noi una banda di scalcinati ragazzini o poco più e non per l’età, almeno non quella anagrafica, ma per quella relativa al nostro quoziente intellettivo, al nostro cuore ancora oggi selvaggio; tutti simili tra di noi, forse di una somiglianza dovuta al contesto, venuti da città e parti diverse, per realizzare questo sconclusionato disegno. Da anni attivi nel campo della comunicazione pubblicitaria, banditori delle nebbie e dell’illusione, giocolieri sul filo dell’equilibrio, acrobati strappati a qualche circo, probabilmente capitani di equipaggi di rotte cancellate, il nostro compito è di fare numeri e non si tratta solo di inscenare un’acrobazia sommaria e derisoria ma di fatturare; aggiungere, sommare numeri su numeri nel profondo e nell’apparenza: essere dei lanciatori di messaggi velati. Comunque è venuto il tempo di presentarci, sarebbe maleducato non farlo e tenere celate le nostre identità e allora iniziamo, vogliamo proprio vedere chi ha il coraggio di buttare l’occhio sulle nostre carte d’identità e magari accontentarsi di averci scorto in assenza di desiderio per un insulto:

DIVA Di VITA (per gli amici la Diva)
CITTÀ NATALE: non pervenuta,
ALTEZZA: 1,69
CORPORATURA: capelli bruni (sospetto che siano tinti)
RESIDENZA: xxxx (nomade per professione)
SEGNI PARTICOLARI: indisponente

PAOLO BORSIERI (detto Invertebrato)
CITTÀ NATALE: VIAREGGIO
ALTEZZA: 1,75
CORPORATURA: capelli biondi, occhi cerulei
RESIDENZA: xxx (nomade per professione)
SEGNI PARTICOLARI: senza spina dorsale

LEONARDO INNOCENTI ( conosciuto per Banditore)
CITTÀ NATALE: Piacenza
ALTEZZA: 1,87
CORPORATURA: praticamente un armadio a sei ante
RESIDENZA: XXX (forse in Piacenza, forse…)
SEGNI PARTICOLARI: Play boy a tempo perso

GIORGIO GIACHETTI: ( lo scrittore)
CITTÀ NATALE: Firenze
ALTEZZA: 1,73 (scarsi)
CORPORATURA: media, capelli castani occhi scuri
RESIDENZA: mai pervenuta neppure a se stesso
SEGNI PARTICOLARI: Don Giovanni a giorni alterni

MATILDE BOLOGNA
CITTÀ NATALE: Catania
ALTEZZA: 1,70
CORPORATURA: da sballo
RESIDENZA: Catania, via xxx
SEGNI PARTICOLARI: non pervenuti

MASSIMO BADIOLI (il capo)
CITTÀ NATALE: Ancona
ALTEZZA:1,70
CORPORATURA: normale
RESIDENZA: Ancona via xxx
SEGNI PARTICOLARI: nessuno

LAURA VANNINI
CITTÀ NATALE: EMPOLI
ALTEZZA: 1,65
CORPORATURA: MAGRA
SEGNI PARTICOLARI: _________

ARTEMIO CHERUBINI
CITTÀ NATALE: Ferrara
ALTEZZA: 1,77
CORPORATURA: magro, occhi verdi
RESIDENZA: Lucca Via Delle Chiavi D’oro 20
SEGNI PARTICOLARI: irresistibile

SILVIO DELL’ORTO
CITTÀ NATALE: Livorno
ALTEZZA:1,80
CORPORATURA: normale
SEGNI PARTICOLARI: impossibile

Per andare alla bottega di Artemio attraversiamo mezza città, ci incamminiamo per i tanti angiporti, per gli sdruccioli piastrellati di grigio, lungo gli archi di accatastate case affacciate sul nulla della strada, percorriamo via delle Chiavi d’Oro, di norma entrando da Porta Elisa, sino ad arrivare poco fuori l’andito che introduce, come fosse una sorta di Caronte di pietra tra pietre, nella piazzetta dell’Anfiteatro.
Siamo nella settimana santa e la luce a grani irradia il cielo terso, rimbocca il dorso dei reticoli degli sdruccioli e dei chiassi, delle vie maestre tingendoli d’azzurro, di un celeste perso, quasi violaceo, a tratti. Sulle piazze squadrate dalla fiera altezzosità delle cattedrali, come a scuotere grappoli di capannelli di passanti, a stendere le braccia possenti nel riflusso del pomeriggio già tardo, ecco che si allestisce davanti a noi un presepe senza pudore: gli ambulanti di verdure sui carretti di latta e di legno espongono la mercanzia alla gente, alle ore che cadono in sordina; i venditori del fuoco sacro passano di casa in casa, di uscio in uscio con bacinelle e bracieri ed eternamente tengono viva la fiamma che si nutre sotto la cenere con l’incenso. Le spezie bruciate esalano gonfiando la piazza come una mongolfiera di odori già piena di voci e di riverberi, carne del sole in declino. Le botteghe, come quella di Artemio, dalle saracinesche alzate, allestiscono vetrine scintillanti di possibilità e di vita, allineano su fragili e rudimentali bancarelle, prese d’assalto per gli acquisti delle feste, i capi migliori, nascondono quelli andati, gli articoli difettati nelle ceste a basso prezzo. Allo stesso modo, con la consuetudine che può avere un vecchio esercente, di uno che ha passato tutta la vita a vendere scampoli e vettovaglie, il civaiòlo appende sugli omeri di manichini impagliati ceste e voliere, porge al passante frettoloso, tutto preso dai pensieri, la mano nevicante di grano tenero. La città è un labirinto di schiamazzi, un vortice di scintille senza luce, diafane, lo strepitio di una arena senza pari; il sipario aperto di un universo attonito nell’attesa di una morta festa. La sera, a sole tramontato, iniziano all’unisono ad accendersi i timidi lampioni e da sopra le mura irrompe sgonfiato un orizzonte anonimo.
-Siamo come mosche in una rete- dico a Leonardo, quasi giunti sulla porta di Artemio.
-Il problema è che … non so è come se vivessimo il dopo di un qualcosa- mi suggerisce, di rimando lui.
Artemio ci attende come il molo una nave all’orizzonte, con i suoi occhi verdi, e come al solito ci fa un cenno con il capo, come per dire – siete arrivati, mi stavo quasi a preoccupare non vedendovi spuntare.
-Oggi è passato il pittore, ha cercato di ammollarmi quattro tele ma non so quanto possono essere appetibili- afferma, quasi assorto, sulla soglia della bottega.
-E tu vendile lo stesso, che ti importa. Tanto se poi fanno schifo e sono solo uno scarabocchio sono fatti di chi compra non tuoi- tenta di dirgli Giorgio, mentre lui si destreggia nella vetrina ad accomodare le statuette di marmo e di silver -plate.
-Si lo so ma il fatto è che Silvio ci tiene a quelle tele più della sua vita…-
-Vero! Ma è anche vero che è costretto a darle ai discount, ai rivenditori di mobili per poter campare. Qualcuno che se ne intende, certi antiquari di Roma mi hanno detto che non sarebbero male e che se fossero lui proverebbero ad alzare il tiro: proporsi a qualche gallerista… insomma di provarci- insiste Giorgio.
Silvio anche lui è sempre nel negozio di Artemio, ci passa le ore, ci staziona quasi tutta la giornata e se non è a dipingere nel suo promiscuo laboratorio dove, a volte, ci ospita qualche modella per ritrarre il seno nudo o i glutei di un sedere perfetto o per qualche scopatina fortuita. Il fatto è che Silvio non riesce a scindere il lavoro dalla vita e il ruolo di pittore da quello del seduttore a tempo perso, di un Modigliani non compreso. Le modelle sfilano con tanto di decolté dalla sua bottega non ignare di quanto aspetta loro, lui le accoglie sempre sorridente senza rendersene conto, senza contarci molto o poco più. Il tempo scorre con quattro chiacchiere da Artemio e nulla vale a nulla. Potremmo anche essere nel centro di Londra, o persi a Portobello o a Soho, come a Parigi in una Montmartre in un fine settimana monotono e continuo, mentre invece siamo in centro a Lucca, chiusi da queste mura che serrano la città in pugno e per noi, per Silvio, per quelle quattro puttanelle senza scampo è uguale. Altra cosa è il degradarsi come artista, il vendersi ai discount, agli outlet, propinandogli tele per arredamenti domestici o da ufficio a basso costo.
-Dovresti provarci con un gallerista, Silvio- gli suggerisce Artemio -dico sul serio. Oggi me lo ha confermato anche Giorgio, non puoi degradarti e questo lo dicono tutti, persino Max e l’Invertebrato, l’Invertebrato pensa, persino lui concordano sul fatto che ti stai buttando via-
-Ma non mi sto buttando via. E poi non tutti i pittori fanno quadri per arredamento casa basso costo. Ora tu ce lo vedi un Modigliani che cedeva per soldi, solo per quello, i suoi lavori a un rigattiere se non fosse un gallerista chic? Ebbene, io … io sono un pittore che appartengo a un’altra parrocchia, che non ha schemi. E poi vendere per i discount, per i supermarket ha un vantaggio: dipingo cosa voglio e i soldi li vedo subito. D’altronde poi da che mondo è mondo un pittore è sempre un incompreso- risponde quasi seccato Silvio all’amico.
-Si si, certo ma non puoi mica spacciare per oro ciò che è argento. La luna nel pozzo non c’è; è una illusione, questo lo sai, non sei un fesso- afferma, aumentando il carico, Artemio, nel mentre arriva Diva -eccola lei, eccola la Diva… certo se tu non hai una firma in casa, sulla parete del salotto no sei contenta ma io, se voglio, ti piscio sopra ai tuoi…-
-Non sarai mai nessuno Silvio, nessuno e se continui così non so come andrà a finire.- le dice Diva con un filo di ironia.
-Di Cacca deh, lo so o posso immaginare, ma io non sono come te che basta che alzi il telefono o mandi una e-mail e fai la grana. Io i miei soldi me li guadagno. Non sono come te. E poi intendiamoci anche tra i venditori ci sono quelli bravi e le schiappe, tu per me sei una…
-Tra le brave, sicuramente.- risponde lei stizzita.
-Ma quando imparerai ad essere più semplice, meno altezzosa? Penso nel giorno del mai, mia cara.- rimprovera a Diva, sorridendo.
-State tranquilli, la notte e lunga. A proposito che si fa venerdì sera? Pokerino?- propone Laura
-Un Pokerino non sarebbe male ma a casa di Max o di Giorgio.- propone Artemio.
-Per me si potrebbe fare a casa mia, non ci sono problemi, però toglietevi questa faccia da annoiati che sembrate partecipiate ad un funerale del vostro migliore amico. E che diamine la vita è una viviamola!- ribatte allegro Giorgio, felice che le cose si stanno mettendo bene e che il programma per la serata appetibile.
-Io venerdì devo passare prima dalla chiesa, c’è l’esposizione del sepolcro e poi ho tutta la settimana impegnata, extralavoro: la preghiera del lunedì e poi quella del mercoledì, le sette chiese giovedì… -afferma Diva- sono credente io, anche se non sembra.
-Amore bello io parlo della sera non del giorno. O meglio della notte, del dopo cena. Tu lavori anche per Pasqua Artemio?- si affanna a sostenere Laura con una strana effervescenza.
-Purtroppo sì e voi? Non avete dirette per i giorni di festa?- chiede Artemio.
-Registrate. Tutto registrato, noi facciamo presto. Ci stiamo anticipando in questi giorni e spesso tiriamo a fare mattino per anticiparsi sul lavoro, far tornare i conti ed essere liberi il prossimo weekend. – risponde Laura.
-Beati voi, io lavoro sempre, mi sa che nella vita ho sbagliato qualcosa: dovevo fare il manager, l’uomo della comunicazione, il banditore della nebbia, come voi del resto, mentre invece sono un povero sciagurato che vende cartoline.
-Ti sei fregato da solo- risponde Leonardo, nel mentre Laura si accomiata con la Diva confabulandole qualcosa all’orecchio.
Così passiamo il nostro tempo libero, catturati da una rete invisibile, cercando di giorno in giorno- tutti uguali- di trarne lo straordinario dalla monotonia. I tempi passati in redazione sono tanti e per lo svago non ci rimane che tediarci da Artemio, a bottega aperta, oppure qualche partitina a poker a casa dell’uno o dell’altro. In particolare la settimana santa per chi ci crede offre molteplici passatempi e non necessita pensarci troppo su, basta rispettare il calendario liturgico e il gioco è fatto. Almeno così la pensa la Diva e Laura, ferventi cattoliche del Cristo andato, che attendono per l’intero anno l’arrivo delle feste. Matilde e la Diva vivono assieme, poco sotto le mura, a due passi dalla chiesa di San Frediano e non c’è dato sapere se la loro convivenza è solo dovuta per una questione di contesto, vale a dire di comodo o se c’è qualcosa in più. Sta di fatto che la Diva, di cui forse si ignora il suo nome vero, la chiamiamo così per il suo modo spudorato di atteggiarsi a dama di compagnia, da attrice nominata all’oscar, mentre invece è solo una nostra collega, una delle tante venditrici della rete commerciale dell’emittente, costretta anche lei a fare da Jolly, come tutti noi, un po’ giornalista, un po’ venditrice. Quando non lavora e non spreca il tempo con il resto della banda da Artemio se ne sta chiusa in casa, persa nella sala dai tendaggi tirati e dalle imposte socchiuse, facilitando il vento che penetra dal di fuori e invade la stanza fasciandola con lingue invisibili d’aria. Per lei le finestre devono stare sempre chiuse perché a quanto pare sono una sorta di sipario e lei l’attrice prima o dopo dell’ascesa sul palco, impegnata a contemplare le proprie vite scorse, a disegnare scenari di commedie impossibili; impegnata tra le ciprie e i flaconi di profumi che tal volta impiega per celare le rughe del viso o per inebriarsi e proiettare, come fosse un raggio ultimo di luna poco prima dell’albeggiare, il suo io frastornato di menzogne e fragilità. Matilde pare accompagnarla nelle sue follie, assecondarla nella sua pazzia senza scampo, e l’unica volta in cui tace per acconsentire il nostro trascinarle al bighellonare e da Artemio o durante le passeggiate nottetempo lungo le mura infiammate dai fiori d’aprile. La Diva poi si è fatta fare persino un ritratto ad olio da Silvio, forse l’unico reale capolavoro di questo sciagurato operatore di pennelli, e un giorno, Matilde ci ha confessato, di averlo posato su di un cavalletto nel disimpegno che dalla sala conduce verso le due camere da letto. Silvio è convinto di averla veramente ritratta bene e il tutto è accaduto in un giorno di … non ricordiamo di preciso, quando dall’ufficio scomparve per una intera giornata giurandoci sulla Madonna della Tosse che doveva svolgere delle commissioni in centro.
Gli altri della troupe sono un po’ tutti uguali, anzi lo siamo, dei ragazzoni cresciutelli per cui il giorno si protrae perpetuo e senza interruzioni. Leonardo che si vede solo a lavoro e un po’ da Artemio, come il dott Max è un presente assente, nel senso che fa il suo e non vede, neppure sforzandosi, il disagio o le sofferenze degli altri compagni. Come il dott Max, il nostro direttore pubblicitario, passa il tempo a scorgere in giro le voci della concorrenza come se il mondo fosse solo una comunicazione unica e non fendibile come l’acqua; una sorta di giro di cori e di figure animate da un disegno ignoto. Sin dal primo mattino si immerge nella lettura dei quotidiani in cerca di una tabellare reperibile con facilità, di una inserzione capziosa da riportare sul video con tanto di effervescente imbonitore. Leonardo e il dott Max si assomigliano in un modo impressionante, al punto che, per puro caso, un giorno sì e un giorno no indossano cravatte uguali o camicie della stessa tinta. Però a differenza del dot Max che è innominabile, una sorta di incognita e come uomo e come professionista, la cui comparsa avviene presto e il suo arrivederci a buio inoltrato, come se nella vita ci fosse solo l’emittente e poco più; Leo è uno dei nostri e non si lascia pregare a lungo per ritrovarci da Artemio.
L’Invertebrato viene chiamato così perché è una merda di uomo, senza spina dorsale e senza anima, passa l’intera giornata a cercare di fatturare più del solito, magari strappando qualche cliente ad un compagno e senza ritegno, che già si preoccupa quanto deve rimettere alla società dell’anticipo di provvigioni incassato mensilmente. Da Artemio non viene mai, dicendo che è una perdita di tempo e che Lucca è una città tutta da esplorare e preferisce concedersi piccoli sorsi di passeggiate lungo i viali d’alberi, sostare sui marciapiedi grigi e a schiena d’asino, inoltrarsi nel tunnel dei glicini che in aprile disseminano una luce viola quasi ad annunziare un maggio imminente. In ufficio sta sempre chino sulla scrivania, sfoglia vecchi taccuini cui appunta qualcosa, poi fa qualche telefonata, oppure passa nelle sale degli studi per osservare se le promozioni da lui fatturate siano mantenute persino nei programmi in diretta. È perso per Matilde, l’altra nostra compagna e non la lascia vivere. Anche nelle ore di break la cerca in continuazione e la invita, senza successo, a cena fuori. Ma Matilde è una brava ragazza, forse la migliore della banda, la più sincera e altruista. Oseremo dire che è normale e che non dà segni di squilibrio o di nevrosi come tutti noi; per lei un giorno vale veramente l’altro ed è talmente bella che nei suoi occhi chiari le si scorge il mattino steso fuori dalle finestre nel tepore della primavera. In realtà Matilde è innamorata, forse è una parola un po’ troppo forte, direi infatuata di Leo- sostiene di essere incantata dal suo accento emiliano e di essere impossibile come un asso piacentino. – Piacenza al mondo ha dato tre cose- tiene a ribadire- qualche comunista di troppo, le carte da gioco e infine Leo. E’ talmente tanto innamorata che si inventa castelli impossibili, situazioni imbarazzanti, cose strampalate senza alcun contegno storico, come ad esempio dice a Giorgio che i fiorentini ai piacentini hanno rubato le carte spacciandole per loro, che sì avranno pure Brunelleschi, Michelangelo, il Ratto delle Sabine, la bella città di luci e splendori, il David ma un esemplare come Leo Firenze non lo ha mai partorito. Per lei lui, o meglio l’idea che si è fatta del nostro compagno, è po’ sfalsata e probabilmente non vera, un incidente di percorso che distorce l’immagine tipica di chi si infatua di un suo simile.
Giorgio è il più strano di tutti, diciamo che viene chiamato “lo scrittore” perché nella vita vorrebbe fare il letterato ma per adesso ha pubblicato poco e nulla, se non un paio di romanzetti rosa da Liala fiorentino. Anche lui chiamato dal dott Max a Lucca per questo lavoro non sappiamo dove è stato pescato, l’unica cosa certa e che stava qui anche prima del progetto. Si sa che Max, l’innominabile, lo ha conosciuto una domenica lungo le sponde del Serchio verso Villa Basilica durante una vacanza in tenda in un agosto torrido come mai.
Max così quando il cavaliere lo ha chiamato ci ha radunati assieme, ha cercato di fare del suo meglio, ma forse qualcosa gli è sfuggito. L’unica cosa è che siamo una banda e non ci può essere altro modo per definirci. Certo siamo dei banditori della nebbia e nella bruma di novembre, degli imbonitori dell’impossibile a cui piace il proprio lavoro – ma poi?
La risposta non c’è come del resto risposta non ce l’ha la vita come la morte, se non nel fatto di essere oggetti di lunghe attese, di passaggi da anticamere ad anticamere, di ballatoi e di scale tortuose e ripide. E a Lucca cerchiamo di vivere la nostra storia o ciò che resta di essa.

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Carte d’identità è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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