Un’umanità che resiste

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di Paolo Lago

Ai margini di una grande città, un porto della Francia del Nord, c’è un’umanità che resiste. Siamo in un quartiere povero e i rapporti umani fra le persone sono ancora veri, reali, genuini. I protagonisti di questa vicenda sono Marcel Marx, un ex scrittore bohémien che fa il lustrascarpe alla stazione, sua moglie Arletty, la fornaia, la fruttivendola, la barista. Essi trascorrono una vita semplice, povera, perduta nel ripetersi sempre uguale dei giorni fra difficoltà quotidiane. Ma questa ripetitività è toccata da una forma di magia che avvolge di grazia irreale i duri problemi della vita di tutti i giorni. Un delicato affresco di questa umanità varia e resistente è tratteggiato, con tenui pennellate poetiche, in Miracolo a Le Havre (2011) di Aki Kaurismäki, un film di qualche anno fa ma che risulta essere oggi molto attuale perché affronta in modo netto e rigoroso la problematica delle migrazioni. Il personaggio principale della storia, Marcel Marx (il cui nome, probabilmente, non è stato scelto a caso dal regista) si imbatte casualmente in Idrissa, un bambino africano ricercato perché si tratta di un immigrato illegale, sfuggito a una retata della polizia. Senza pensarci due volte, il lustrascarpe nasconde il bambino a casa sua e si dà da fare, spendendo anche i suoi ultimi risparmi, per aiutarlo. Idrissa, infatti, si era imbarcato illegalmente ed era stato nascosto dentro un container insieme ad altri migranti (famiglie e donne incinte) perché voleva raggiungere la madre a Londra. Scoperto nel porto di Le Havre, riesce a sfuggire alla polizia e a nascondersi. Insomma, nella Le Havre del film c’è una città ‘normale’, un reticolo geometrico di strade eleganti e palazzi, contornati dal lusso e dalla tecnologia e c’è una città ‘magica’, irreale, quasi un pazzo fumetto scaturito dalla fantasia di un sognante disegnatore. A completare il quadro di questo universo magico c’è il commissario Monet (anch’egli con un nome quasi ‘parlante’) che potrebbe in apparenza sembrare un rigido funzionario di polizia, grave e serioso, ma in realtà la pensa esattamente come Marcel e come gli abitanti del quartiere. Sarà lui, infatti, a permettere, alla fine, la fuga di Idrissa, mentendo ai suoi colleghi poliziotti. Nel mondo poetico tratteggiato dal film, Monet è un altro elemento resistente, il sabotatore delle griglie del controllo inserito all’interno dell’apparato di potere.

Idrissa è subito accolto e aiutato dai vari personaggi del quartiere che creano intorno a lui una vera e propria rete di solidarietà attiva. Mentre Marcel è impegnato a aiutare il bambino, sua moglie Arletty si ammala di una malattia incurabile e viene ricoverata in ospedale. Marcel Marx, allora, sarà occupato, un po’ come il suo omonimo più famoso, da una parte nel cercare di far valere i diritti degli ultimi, i migranti, nella sua volontà di aiutare il bambino, dall’altra, invece, nelle strazianti manifestazioni d’amore per la propria compagna, ammalata e prossima alla morte. Grazie ai contatti messi in moto da Marcel e al denaro da lui speso, Idrissa riesce a comunicare con suo zio e, alla fine, a imbarcarsi per raggiungere la madre. Dopo che il sistema di solidarietà attiva ha funzionato nel migliore dei modi, il commissario Monet scopre il bambino sul peschereccio e, contro ogni aspettativa degli spettatori, comunica agli altri poliziotti di aver già effettuato la perquisizione e di non aver trovato nessuno. Così Idrissa potrà partire e Monet e Marcel se ne andranno insieme al bar, a bere come vecchi amici. Sembra un miracolo, non c’è che dire, ma non è tutto. Arletty, dopo una nuova visita da parte dei medici, è inspiegabilmente guarita e viene riportata a casa da Marcel e, in conclusione del film, come un miracolo nel miracolo nel miracolo, il ciliegio del giardino fiorisce.

Probabilmente non c’è niente di miracoloso: l’unico miracolo è la volontà umana, l’aver messo in atto un sistema di solidarietà resistente contro le dinamiche del potere e delle leggi disumane. Non c’è niente di miracoloso nel quartiere di Le Havre dove vivono i personaggi, non c’è niente di miracoloso nell’aiuto reciproco e, infine, non c’è niente di miracoloso nei ‘sabotaggi’ di Monet. Tutto avviene come una normalità, come se fosse semplicemente giusto così. Perché, a pensarci bene, tutto ciò che è deciso dal potere, oggi, in Europa e in Italia, in fatto di migrazione, va contro i più elementari e ovvi diritti umani. Basti solo pensare alle navi umanitarie, cariche di esseri umani bisognosi di cure mediche, abbandonate in balia delle onde, che vengono rifiutate dai porti europei come le rinascimentali “navi dei folli”, barconi carichi di malati mentali abbandonati al mare e ai fiumi da una società che temeva la follia e la voleva segregare. Ciò che viene negato, come in una grande dittatura globale, è il diritto alla migrazione dei popoli, migrazione che c’è sempre stata e che fa biologicamente parte della specie umana e, oggi più che mai, dell’assetto geo-politico mondiale. Come afferma Emmanuel Mbolela, autore del libro Rifugiato. Un’Odissea africana, tradotto recentemente da Agenzia X, in un’intervista a Marc Tibaldi pubblicata su Carmilla, viene privato il diritto alla libertà di migrare, di spostarsi, di creare nuovi flussi e congiunture umanitarie.

Nel film di Kaurismäki, l’accendersi di questo spirito di solidarietà crea un mondo ‘magico’ e sublimato, in cui i personaggi si muovono, appunto, come nel “realismo magico” di Carné e Prevert. Quello attraversato da Marcel e dagli altri personaggi è un mondo parallelo a quello irreggimentato del centro cittadino moderno e tecnologico, un universo dove ci si sposta su vecchie, incantate automobili e corriere, e dove nei bar si può ancora ritrovare amicizia e sincerità. Si tratta di un mondo, del resto, che si ritrova anche in altri film del regista finlandese: si può ricordare Ho affittato un killer (I hired a Contract Killer, 1990) o Leningrad Cowboys Go America (1989) in cui, contro l’ostilità del mondo esterno, cruda e razionale, si crea una irrazionale, inspiegabile e magica solidarietà fra diverse solitudini, abbandonate a se stesse.

Si tratta di un universo simbolico riproducibile e ricreabile anche ai giorni nostri, con i più svariati mezzi, contro la meccanica della sorveglianza e della cattura, contro la disumanizzazione in favore di una legalità fascistoide sbandierata da vuoti simulacri di potere. E, questo potere, nel film sembra simbolicamente rappresentato dal poliziotto che, in nome delle leggi anti-immigrazione, vorrebbe sparare a Idrissa mentre fugge dal container, prontamente bloccato da Monet (“ma sei pazzo? È solo un bambino…”). Sembra che gli apparati di potere, oggi, come quel poliziotto, abbiano dimenticato l’umanità in nome di una meccanizzazione e disumanizzazione derivata dalla legge e dall’ordine, nonché dalla paura (il bambino fuggitivo, infatti, nei giornali dell’altra Le Havre, quella irreggimentata nell’ordine, viene descritto come un pericoloso terrorista armato): sparare a un bambino migrante che vuole raggiungere la madre, chiudere i porti e rifiutare tanti esseri umani in pericolo di vita, abbandonandoli al mare e alle burrasche. Ma forse, anche oggi, l’insegnamento del resistente lustrascarpe Marcel Marx può avere un valore enorme. Perciò, umanità resistenti di tutto il mondo, unitevi.

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Un’umanità che resiste è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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