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Per il dopo Tavecchio sono in corsa in tre. Damiano Tommasi, ex calciatore di Verona e Roma, presidente dell’Associazione calciatori. ​Cosimo Sibilia, presidente della Lega nazionale dilettanti, e Gabriele Gravina, numero uno della Lega Pro. Oggi a milano i tre candidati alla guida della federazione gioco calcio incontreranno i rappresentanti della Lega di Serie A per illustrare i rispettivi programmi. “La montagna ha partorito un topolino – ha detto Marcello Nicchi, capo degli arbitri, all’uscita della riunione che si è svolta ieri a Firenze – le tre posizioni si stanno confrontando, domani (oggi, ndr) andremo tutti a parlare con i rappresentanti di Lega di A a Milano e diremo le nostre posizioni per far sì che si possa sbloccare la situazione. Le probabili posizioni sono Gravina, Tommasi e Sibilia, sperando diventino una o due. Ho visto il programma di Gravina che è interessante, gli altri non li hanno presentati”. Leggi di più sul Corriere dello Sport.

Il calcio, la Roma, il numero 17, la fede, Don Milani, la solidarietà, quel ginocchio ‘esploso’ nel 2014, le sue montagne, Chiara e i suoi sei figli. Se la vita di un uomo potesse essere riassunta in pochi flash, quella di Damiano Tommasi potrebbe passare per questi momenti. ‘Anima candida’, questo il soprannome che gli è stato affibbiato in campo, è nato a Negrar il 17 maggio 1974 nel cuore della Valpolicella, ma è cresciuto a Vaggimal, frazione di Sant’Anna d’Alfaedo: un borgo di 75 famiglie a 30 chilometri da Verona. Settecento metri sul livello del mare. Ha 43 anni, più di 30 passati a tirare calci ad un pallone. Prima all’oratorio, poi sui campi veri. Dopo 6 anni al vertice dell’Associazione italiana calciatori potrebbe essere il nuovo presidente della Federcalcio. 

È lui, al momento, il personaggio più rappresentativo di un calcio che vuole voltare pagina dopo l’eliminazione della Nazionale maggiore dai prossimi Mondiali di Russia. Un calcio che vuole cambiare pagina e registro dopo anni in cui le squadre di club non hanno brillato a livello internazionale, in cui si contano sulle dita di poche mani i bilanci in salute delle società sportive, in cui i legami tra società e ultras restano troppo stretti.

Il calciatore. Damiano Tommasi ha debuttato col Negrar a undici anni nel 1985. Poi è passato al San Zeno, dove da centrocampista si è trasformato in difensore centrale. L’esordio da professionista in B col Verona (entrò in sostituzione di Pessotto) nella stagione 1993-1994, a 20 anni. Nel 1996 passa alla Roma, dove è tra i centrocampisti di riferimento della squadra di fine millennio. Nel 2001, l’anno del terzo scudetto, Fabio Capello lo definì il giocatore più importante della squadra. Più di Totti e Montella, più di Batistuta. “Siamo stati compagni di squadra per dieci anni e abbiamo vinto: abbiamo affrontato assieme un’infinità di sfide e di partite. Lo conosco benissimo ed è una delle persone più limpide e altruiste che abbia conosciuto nel mondo del calcio nella mia carriera”, scrive di lui Francesco Totti sulla pagina nella Hall of Fame della Roma. È nella classe 2015, insieme a Guido Masetti, Sergio Santarini e Batistuta. Ha disputato anche i Mondiali del 2002. Con la Nazionale ha collezionato 25 presenze e 1 gol. 

L’infortunio. Giocò un anno con lo stipendio al minimo sindacale, 1500 euro o poco più. Dopo essere stato vittima il 22 luglio 2004 di un grave infortunio a un ginocchio durante un’amichevole con gli inglesi dello Stoke City, tornò dopo 15 mesi di riabilitazione  e chiese di essere messo al minimo salariale. La diagnosi dell’infortunio sembra un bollettino di guerra: lesione complessa di tutte le strutture capsulo-legamentose del ginocchio destro, rottura dei menischi interni ed esterni, rottura del crociato anteriore e posteriore, rottura del collaterale mediale, rottura dell’inserzione dei flessori della coscia destra. Il 27 novembre 2005 si gioca Roma-Fiorentina. E’ in campo dal primo minuto e dopo 120 secondi segna. La partita finisce 1 a 1, ma per Damiano è la fine di un incubo. Lo ha descritto come il momento più felice della carriera, la fine di un incubo. 

La beneficenza. Nel 2001, dopo aver vinto lo scudetto con la Roma, acquistò un’intera collina in Valpolicella, con una villa dell’800, una chiesa del ‘400, più 100 ettari di bosco e 12 vigneti (valore 3 miliardi): diede tutto in gestione ad una comunità locale. Ha fatto costruire un campo di calcio in Kosovo con le multe raccolte dai giocatori in campionato, è attivo sostenitore della battaglia per la donazione del midollo osseo e anche impegnato con l’Unicef. Ma ricostruire il rapporto di Damiano Tommasi con la solidarietà è impossibile. La sua, era ed è una pratica quotidiana e nascosta.

Le passioni. Il suo libro preferito è ‘L’alchimista’ di Paulo Coelho. Fra i film stravede per la ‘La vita è bella’. Fra le sue canzoni ‘Farewell’ di Guccini (altri dicono ‘Ho ancora la forza’ sempre del cantautore emiliano).

L’associazione italiana calciatori. Dal 2011, già consigliere, è nominato presidente dell’Associazione italiana calciatori: ad agosto la minaccia dello sciopero dei calciatori, il braccio di ferro con la Lega e la firma in extremis del contratto collettivo. “La sfida più complicata di oggi è il fondo di garanzia per le squadre minori. Io credo in un sindacato unito: questa secondo me è una prerogativa e nostro obiettivo è mantenere salda l’unione” la sua prima dichiarazione da neo presidente. A poche settimane dall’assemblea elettiva del 29 gennaio da cui uscirà il nome del nuovo presidente della Federcalcio le sue parole sono un programma di azione. Il 5 gennaio ha ufficializzato la sua corsa alla presidenza della FIGC in nome “di un progetto che sia il più possibile di condivisione. Oggi i calciatori vogliono essere quelli che uniscono”. Non è così strano se poi sul suo profilo Twitter (@17tommasi) si descrive con questa frase: “Se uno sogna da solo è solo un sogno, se molti sognano insieme è l’inizio di una nuova realtà”. Ecumenico.

 

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