Rileggendo Dune trent’anni dopo. Un viaggio iniziatico in sei volumi

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di Eliseo Martini

Introduzione

A circa trent’anni dalla lettura del primo volume ho concluso gli altri cinque libri del ciclo di Dune, uno dopo l’altro, nel giro di due mesi. E’ stato un po’ come rendere omaggio alla mia adolescenza, vissuta all’insegna della fantascienza come antidoto al male dell’essere ragazzini negli anni Ottanta.

Ma non posso negare che in mezzo, in questi trent’anni passati troppo velocemente, siano successe cose che mi hanno permesso di prepararmi ad intraprendere il viaggio iniziatico rappresentato dagli altri cinque volumi della saga. All’età di 17 anni la mia lettura era rapida, ingorda, resa impaziente dall’avida attesa di un colpo di scena; per questo, nonostante ci avessi provato, non ero riuscito ad arrivare nemmeno a metà del secondo volume.

Oggi faccio il giornalista e ho una formazione storico-filosofica costruita in anni di ricerca in campo umanistico ma, nonostante tutta la preparazione che possiamo avere, la scrittura di Herbert, la complessità delle sue riflessioni e del mondo che ha creato continuano ad interrogarci, a sfidarci.

Niente democrazia in Dune

Il ciclo di Dune è una vasta e stratificata meditazione filosofica sulla natura umana, sul libero arbitrio, sulla politica e sulle forme di dominazione, il tutto proiettato in un futuro lontano, nel quale l’umanità ha conquistato grazie alla Spezia di Dune la capacità di viaggiare nello spazio. Il punto di vista adottato per raccontare le vicende umane e l’organizzazione sociale è quello di una aristocrazia che ricorda quella della società feudale europea. Herbert sceglie dunque il punto di vista dei potenti: l’idea di democrazia non è mai presente nel ciclo di Dune, se non nell’ultimo volume, quando ne viene descritta una particolare forma, quella su cui si basa l’organizzazione delle sorelle Bene Gesserit.

Anche il governo di Paul Atreides, asceso al comando dell’Impero dopo aver conquistato Dune e sconfitto gli Harkonnen non ha niente a che fare con la democrazia, ma rappresenta piuttosto una forma di potere illuminato e paternalista, una pax Atreides che mira a essere giusta ma non certo democratica. Una filosofia del governo questa poi amplificata fino alle sue estreme conseguenze dal figlio di Muad’Dib, Leto II, che diventerà il Tiranno, trasformandosi egli stesso in uno dei vermi di Dune e che grazie alla sua preveggenza interromperà per 3500 anni l’evoluzione politica dell’umanità inoltrandosi su quel “Sentiero d’oro” che suo padre non aveva osato intraprendere.

Niente democrazia, quindi, nell’universo di Dune, ma una lotta senza quartiere tra i potenti per la conquista e il mantenimento del potere, sopra i quali Paul e suo figlio Leto cercano di ergersi non certo come paladini dell’eguaglianza ma piuttosto come sovrani (e Dei…) capaci di guidare l’umanità verso una ulteriore maturazione, la cui descrizione – e in questo sta la debolezza ma anche la forza del racconto di Herbert –  resta poco chiara o comunque mutevole nel corso di tutto lo sviluppo del ciclo.

Eguaglianza, dicevamo: questa è proprio una parola che in Dune non appare mai, schiacciata com’è sotto il peso del suo opposto. Al centro delle lotte tra i protagonisti dello scacchiere politico descritto da Herbert ci sono l’individuo e la selezione, attraverso la genetica, di alcune caratteristiche fisiche o intellettive considerate di valore per la conquista e il mantenimento del potere.

Un universo razzista

E questo è un aspetto piuttosto interessante: l’eugenetica è una forma di potere e viene utilizzata non solo (o non tanto) per selezionare caratteristiche fisiche ma soprattutto per propagare particolari disposizioni psichiche. I geni, la genetica, gli istinti, le caratteristiche considerate innate negli esseri umani rivestono un importanza fondamentale nelle dinamiche dell’universo di Dune, che è da questo punto di vista razzista, nel senso che ha alla sua propria base una teoria delle razze, del biologico, secondo la quale gli esseri umani nascono ineguali per natura. Un universo fatalista, in fondo, dove non c’è possibilità di emancipazione, dove sono i geni a stabilire un destino al quale è impossibile sottrarsi.

Nello stesso tempo però, Herbert fa saltare questa limitazione biologica posta alla mutazione sociale e culturale umana, innestando su questa biologia fatalista e pessimista elementi anti-naturalistici: la prescienza è forse quello principale, ma anche la capacità delle sorelle Bene Gesserit di ereditare attraverso l’Agonia della Spezia tutte le memorie delle loro antenate. E’ grazie a questa dialettica che si crea una delle dinamiche dell’impianto narrativo di Herbert, negli scarti che la mente umana fa subire alla storia naturale, nelle deviazioni rappresentate dal Kwisatz Haderach o dall’Abominazione.

Il rifiuto della tecnologia

Un altro degli elementi centrali dell’universo di Dune è senza dubbio il rifiuto da parte delle aristocrazie e degli ordini che lo dominano dell’utilizzo delle macchine senzienti o di quella che noi oggi chiameremmo intelligenza artificiale. Lo Jihad Butleriano, di cui si parla spesso nel romanzo ma che avviene molto prima dell’inizio della storia raccontata, ha distrutto tutte le macchine che imitavano la mente umana: scelta significativa per un ciclo il cui primo volume è apparso nel 1969 e l’ultimo nel 1985.

La tecnologia viene dunque utilizzata, ma permane il divieto di produrre macchine troppo simili alla mente umana. Il popolo a cui è affidato lo sviluppo delle tecnologie più evolute è quello che vive sul pianeta Ix, di cui Herbert si occupa raramente e sempre in modo indiretto, prova evidente dello scarso interesse che la descrizione di una società tecnologica (come potrebbe essere la nostra) ha per l’autore di Dune.

Adddirittura egli – attraverso una citazione attribuita alle Bene Gesserit ne “Gli eretici di Dune” – ha parole durissime e che suonano piuttosto attuali contro la società ixiana e la sua fascinazione per la tecnologia:

“La tecnologia, come è il caso anche per numerose altre attività, tende all’elusione dei rischi per l’investitore. L’incertezza viene eliminata nella misura del possibile. In particolare gli investimenti di capitali obbediscono a questa regola, poichè la gente preferisce generalmente il prevedibile all’imprevedibile. Rari sono coloro I quali riconoscono il carattere distruttivo del processo a causa dei limiti che impone alla diversità e la vulnerabilità nella quale precipita popolazioni intere di fronte al modo brutale con il quale il nostro universo è capace di lanciare I dadi. “ (Ho tradotto io questo brano dal francese, quindi potrebbe non corrispondere alla traduzione italiana)

Il rigetto della tecnologia nelle sue forme più avanzate ha come conseguenza lo sviluppo delle capacità psichiche dell’essere umano, evidente per esempio nella formazione che devono seguire le postulanti Bene Gesserit, ordine di “monache” agnostiche che prendono via via il centro della scena, in particolare nell’ultimo volume della saga. La loro filosofia pragmatica ha lo scopo di migliorare l’umanità attraverso la selezione genetica dei caratteri ad essa più utili.

Nella loro educazione le sorelle vengono iniziate a una serie di tecniche di controllo mentale e del corpo che Herbert in parte trae dalle discipline orientali, portandole però a limiti estremi che prevedono per esempio la capacità di un controllo metabolico sul proprio corpo o lo sviluppo di straordinarie capacità di combattimento. E poi c’è la Voce, la caratteristica principale delle “streghe” Bene Gesserit: un uso dell’intonazione vocale che ha la capacità di imporre l’obbedienza alle proprie vittime.

Addirittura i computer (che ai tempi del primo Dune cominciavano appena a svilupparsi) vengono sostituiti da calcolatori umani, i Mentat, con le loro “proiezioni primarie”, mentre i Tleilaxu, la popolazione più misteriosa dell’universo di Dune (e la cui importanza cresce a partire dal quarto volume del ciclo), sono adepti di una antica filosofia Sufi/Zensunni e la loro organizzazione sociale ha una dimensione fortemente collettiva. Grazie alla loro tecnologia più segreta essi riescono a creare degli esseri – i Danzatori del Volto – che hanno la capacità di prendere la forma di chiunque vogliano.

La Spezia

Al centro dello sviluppo delle facoltà cognitive di una umanità che ha rifiutato il ricorso all’intelligenza artificiale c’è la Spezia, una sostanza (inizialmente) prodotta soltanto su Dune dagli enormi vermi che si trovano soltanto lì e che permette alla Gilda (la corporazione dei piloti di astronavi) di far viaggiare i propri mezzi da un pianeta all’altro.

La spezia è determinante per tutti gli attori presenti sullo scacchiere del potere nell’universo di Dune: per le Bene Gessserit essa è al centro del rituale più importante, l’Agonia della Spezia, che le mette in contatto con tutti i passati registrati nei geni di ognuna di loro. Paul Atreides – Muad’Dib per i Fremen – è l’unico maschio che sopravvive all’agonia della Spezia, grazie alla quale acquisterà il dono della preveggenza che gli permetterà di conquistare il potere, una dote poi portata alle estreme conseguenze dal figlio, Leto II.

Questa sostanza è forse uno dei collegamenti più forti ed evidenti tra il ciclo Dune e il periodo in cui è stato scritto: è facile vedervi in filigrana la sperimentazione delle droghe – in particolare degli allucinogeni – tipica degli anni Sessanta negli USA. Eppure l’universo descritto nella saga è tutt’altro che hippie: siamo ben lontani in Dune dagli ideali di fraternità della “Summer of love” americana…

Donne e preveggenza

La prescienza, il cui funzionamento e le cui conseguenze conquistano il centro della narrazione a partire dal secondo volume e fino al quarto, è una caratteristica soprattutto maschile e legata ai geni Atreides. Quando essa entra in gioco, sono i maschi ad avere il predominio: Alia, la sorella di Paul Atreides, che arriverà a prendere il potere al posto del fratello, possiede questa dote ma ne verrà distrutta e cadrà vittima di una forma di “possessione” interiore.

In generale, e almeno fino al quinto volume (cioè dopo la scomparsa del Tiranno Leto II Atreides) le donne hanno un ruolo marginale e di solito negativo: le Bene Gesserit vengono descritte come “streghe” dai piani oscuri; Alia finisce malissimo e altri personaggi femminili che appaiono mano a mano nella saga sono tutto sommato secondari e spesso servono solo da “spalla” a personaggi maschili molto più importanti.

Il caso più evidente è forse quello di Ghanima, la sorella gemella di Leto II ne “I figli di Dune”, il cui ruolo è – in confronto a quello del fratello – assolutamente di secondo piano.

Un racconto filosofico

Se il primo volume ci proietta nella Jihad di Paul Atreides, nella cultura dei Fremen e nella battaglia all’ultimo respiro contro gli Harkonnen, il secondo, terzo e quarto volume sono essenzialmente romanzi filosofici, nei quali non accade molto ma che presentano una straordinaria tensione intellettuale. In essi Herbert esplora in profondità il linguaggio e le sue sfumature; le dottrine politiche alla base dello sviluppo e del mantenimento del potere nel corso della storia umana; la prescienza come visione del futuro dell’umanità e le sue conseguenze sul libero arbitrio; il dialogo con il passato e con la memoria umana, che si manifesta nella capacità di alcuni personaggi di accogliere in sé le memorie di tutti i propri antenati, come sono state registrate nei geni.

Al centro del secondo e terzo volume vi è il tentativo di costruire e mantenere il comando sull’universo conosciuto in seguito alla vittoria dello Jihad di Paul Atreides contro le inevitabili tendenze centrifughe. Ma sono soprattutto questioni interne legate alla prescienza e al suo utilizzo a portare alla morte di Alia e alla scomparsa di Muad’Dib, che verranno sostituiti dal figlio di quest’ultimo, Leto, al vertice del potere grazie alla simbiosi con Dune e alla progressiva trasformazione in dio-verme.

Si arriva così al quarto volume della saga, forse il più astratto e metafisico di tutti: Dune è stata trasformata da Leto II in un grande giardino dal quale il deserto è quasi scomparso e la produzione di spezia è stata ridotta al minimo, controllata interamente dal tiranno monopolista, che la utilizza come strumento di dominio assoluto, insieme alla sua prescienza questa volta pienamente assunta, al contrario di quanto fatto dal padre Muad’Dib. Dune non è più Arrakis ma Rakis e subisce una prima importante metamorfosi.

Ne “L’imperatore-dio di Dune” succede in realtà molto poco e protagoniste del racconto sono le interazioni tra il Tiranno e il suo entourage. Qui Herbert porta ad altezze straordinarie la sua capacità di costruire dialoghi di grande profondità, usando un linguaggio sapienziale che avanza spesso per enigmi, per sottintesi, riprendendo un modo di argomentare che ricorda i koan giapponesi (che peraltro vengono esplicitamente citati in diverse occasioni).

L’autore si trova a dover descrivere il dipanarsi dei pensieri di un essere preveggente, che conosce quindi ogni possibile futuro e che ha la capacità di anticipare ogni mossa di ogni suo possibile nemico. Come può dunque succedere qualcosa che egli non possa prevedere (e come può succedere qualcosa nel corso del romanzo)? In questo volume Herbert descrive bene una realtà bloccata da un tiranno che tutto può vedere e la storia dal piano degli eventi si sposta ancor di più su quello metafisico, in una lunga, lunghissima – a tratti sfinente – riflessione sul libero arbitrio e sul futuro umano.

Nuova luce sulle Bene Gesserit

La Storia, quella con la “s” maiuscola, ricomincia a scorrere dopo la scomparsa del Tiranno, il cui “sentiero d’oro” – misterioso progetto di guida dell’umanità verso un fine mai reso esplicito da Herbert – continua però a influenzare il corso delle vicende umane. Al centro degli ultimi due volumi del ciclo ci sono le sorelle Bene Gesserit, la cui natura viene descritta sotto una luce nuova, meno inquietante, dall’autore, che introduce – magistralmente – nella narrazione un nuovo elemento: la Dispersione.

Si tratta di quella parte di umanità emigrata in altre galassie dopo la morte del Tiranno e la conseguente fase di incertezza e carestia seguita alla sua comparsa, che ora sta ritornando nel vecchio impero, portando con sé i frutti (alcuni dei quali avvelenati) di uno sviluppo sociale e culturale che ha preso strade imprevedibili.

Il ritorno è guidato da nuove e terribili nemiche, le Matres Onorate, che mettono in pericolo la stessa sopravvivenza delle Bene Gesserit, le cui convinzioni sono state smussate da una maggiore apertura ai sentimenti grazie all’opera della nuova Madre Superiora Darwi Odrade ma che sono rimaste sole a difendere il progresso ordinato dell’umanità.

Ad aiutarle nella loro ultima battaglia il ghola (parola Tleilaxu per indicare una specie di clone che però possiede tutte le memorie delle sue precedenti vite) Duncan Ihdao, il Bashar Mentat Miles Teg e Sheeana, la ragazzina di Dune alla quale i vermi del deserto non fanno nulla.

Questo sparuto gruppo di combattenti riuscirà a mettere un freno alle mire di conquista delle Matres Onorate a prezzo però di un grande cambiamento e – anche se Dune scompare dalle mappe stellari – le Bene Gesserit riusciranno a dare vita a un progetto di ricolonizzazione grazie a un verme prelevato in extremis dal pianeta.

Coerenza di un’opera

Dopo aver letto tutti e sei i volumi di Dune posso dire di essere stato molto colpito dalla coerenza del pensiero filosofico di Herbert e da come egli sia riuscito a renderlo vivo all’interno dell’interno ciclo. E straordinaria è anche la coerenza delle posizioni dei vari attori in campo nel corso de del racconto, che egli riesce a fare evolvere di sfumatura in sfumatura (perché di questo stiamo parlando, di riflessioni metafisiche di grande complessità…), dando a ciascun protagonista, collettivo o individuale, una propria identità, un proprio orientamento ideologico e cognitivo che differisce da quello degli altri attori in campo e che però è vivo, evolve insieme alle vicende che si snodano nei sei volumi.

Da questo punto di vista anche solo la lettura degli incipit che precedono ogni nuovo capitolo di ciascuno dei sei volumi basterebbe a dare l’idea del tenore e della profondità delle riflessioni che li percorrono e la complessità dei concetti che vi vengono esposti.

Al centro di tutto c’è lo sviluppo delle facoltà psichiche degli esseri umani; il loro rapporto con il passato e con il futuro; la relazione con la specie, con il potere e con il dominio sociale.

Un posto tutto particolare nel ciclo di Dune ce l’ha la religione, che diventa strumento di governo prima di Paul (forse contro la sua stessa volontà), poi di Alia (per scelta, in questo caso) e infine di Leto, ma la cui natura strumentale è ben evidente, in particolare nell’uso che ne fanno le Bene Gesserit.

La religione, la religiosità, il misticismo, la spiritualità e le sue mille declinazioni sono presenti in tutti e sei i romanzi, rappresentando dunque un elemento di continuità dell’intero ciclo. Ma il fenomeno religioso è descritto in Dune essenzialmente come strumento di potere per governare le masse, come parte del bagaglio di governo delle forze che vogliono dominare l’universo conosciuto. Forse gli unici a credere veramente (in senso religioso) sono i Tleilaxu, che però vengono alla fine manipolati dalle “streghe” Bene Gesserit proprio attraverso la loro religiosità. In questo visione cinica della religione si può forse vedere una critica radicale di Herbert ad essa.

Azione e speculazione

In tutto il ciclo di Dune (con la notevole eccezione del primo volume) gli avvenimenti veri e propri sono secondari rispetto alla riflessione speculativa dei protagonisti. Ogni azione (un combattimento, un incontro diplomatico, un viaggio, ecc.) è preceduta e seguita da elaborazioni, pensieri, discussioni che hanno lo scopo di spiegarne i motivi, le sfaccettature nascoste e di inserirle in un “piano” complessivo. Anzi, si potrebbe dire che spesso in Dune i “fatti” avvengono sul piano del discorso e spesso nel corso dei dialoghi: il lettore si trova sovente nella scomoda situazione di arrivare alla fine di uno scambio tra due personaggi e di scoprire che i riferimenti nascosti di quel dialogo hanno prodotto una conseguenza reale, spesso più suggerita che espressa esplicitamente.

E la maestria di Herbert nel costruire dialoghi riesce a regalare un piacere intenso al lettore non troppo frettoloso. Una bella descrizione di quest’arte che percorre tutto il ciclo di Dune l’ha data Marco Valsecchi (qui si trova il suo articolo), che spiega come l’autore riesca a creare “un intreccio continuo tra dialoghi e monologhi” dove “ogni scambio di battute tra due personaggi è inestricabilmente intrecciato con il flusso di pensieri dei dialoganti, che danno in tempo reale una meta-lettura di quello che stanno dicendo”. Valsecchi propone anche una descrizione di questo meccanismo molto complesso nel quale Herbert è maestro:

“A dice una cosa a B. A osserva le reazioni di B riflettendo tra sé e sé su quello che si aspetta di vedere. B pensa a quello che gli ha detto A. A interpreta a beneficio del lettore la reazione esteriore di B. B risponde ad A. A interpreta le parole di B, le confronta con la reazione esteriore di B e riflette su quello che gli dirà adesso. A dice di nuovo qualcosa a B.”

In questo senso si potrebbe dire che il ciclo di Dune ha per suo vero oggetto il linguaggio, inteso come strumento – e arma – principale della psiche umana, delle sue potenzialità speculative e della sua evoluzione e richiama l’idea (cara ai filosofi protagonisti negli stessi anni Sessanta del “linguistic turn”) che la realtà non sarebbe altro che il linguaggio con il quale viene descritta.

Una lingua sapienziale – quella messa a punto da Frank Herbert – forse destinata a provocare qualche forma di oscura illuminazione e risvegliare in noi la capacità di viaggiare nello spazio e nel tempo. Magari con l’aiuto di un po’ di Spezia.

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Rileggendo Dune trent’anni dopo. Un viaggio iniziatico in sei volumi è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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