Francia: cartoline della rivolta sociale diffusa

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di Giacomo Marchetti

Il movimento politico-sociale “scoppiato” in Francia il 17 novembre è in piena espansione. Iniziato come movimento eterogeneo della Francia “profonda”, quella peri-urbana, rurale e delle zone pesantemente segnata dalla de-industrializzazione, in grado di agglutinare il certo medio impoverito, settori di classe operaia e le porzioni più vulnerabili della precarietà sociale diffusa, ora è “altro” e “di più”: sta diventando uno scontro tra un blocco sociale in fieri e le élite politiche ed economiche che governano il Paese.

Così come il caro-benzina ha innescato la rivolta dei gilets jaunes, allo stesso modo le “giacche gialle” hanno fatto da detonatore affinché una rabbia sociale che covava da tempo esplodesse comprendendo ora sempre più settori del lavoro salariato afferenti al mondo sindacale, gli studenti delle medie superiori e gli universitari (in questo caso “a traino” dei medi), oltre agli agricoltori, e a variegate porzioni del “mondo di sotto”: dai vigili del fuoco agli autisti delle ambulanze, fino a pezzi dei quartieri popolari.
L’agenda delle mobilitazioni e dei soggetti coinvolti si arricchisce ogni giorno e sta facendo un evidente salto di qualità.

Sembra che la storia abbia pigiato sull’acceleratore per cui l’enfant prodige delle classi medio alte, in pieno re-styling della propria immagine, con un governo da poco uscito da un rimpasto, si sia dovuto confrontare con un soggetto politico-sociale composito e proteiforme che ben presto ha orientato le proprie richieste, anche formali, dalla battaglia contro l’aumento delle accise sul carburante, ad una rivendicazione più complessiva in grado di coniugare richieste sociali ampie e specifiche, ad un cambiamento strutturale del sistema politico, chiedendo che “il presidente dei ricchi” desse le dimissioni.

Così la lunga lista di rivendicazioni mostra essenzialmente due cose: il volto pluriforme della miseria sociale, e la voglia di combatterla, e il desiderio di essere “rappresentati” all’interno di un sistema politico dove le classi popolari sono abbondantemente sotto-rappresentate (nessun operaio tra il circa 20% di cui è ancora composta la popolazione d’Oltralpe, pochissimi esponenti della classe media sono presente nelle istituzioni rappresentative).

La popolazione non si rispecchia più nelle classi medio-alte di cui Macron ed il suo movimento politico: LREM sono parte ed espressione, insieme ad suoi alleati di Mo.De. e che sono “sorde” ai bisogni dei più perché vivono un mondo altro, quello delle enclaves urbane in cui risiede la classe medio alta istruita in un paese dove l’establishment ha canali di riproduzione “interni” e sempre più inaccessibili e dove l’ascensore sociale è fermo da tempo, se non per accedere ai piani inferiori dell’edificio.

Il governo e la sua maggioranza ha recidivamente mostrato di essere de-connesso dalla vita reale, l’esempio più lampante è quello di una trasmissione in cui una deputata di LREM in un confronto con due GJ in studio ha ammesso candidamente di non sapere a quanto ammontasse attualmente il salario minimo intercategoriale – lo SMIC – al centro delle rivendicazioni delle “giacche gialle”.
Questo “popolo” ha trovato in un banale oggetto quotidiano, il gilet jaune, il simbolo di una condizione di schiavitù neo-moderna di chi con la bagnole deve compiere il tragitto casa/lavoro/scuola senza alternativa, nella dispersione con-urbana mentre le città diventano sempre più inaccessibili: smart city sì, ma solo per le classi abbienti e facoltosi turisti.
Un simbolo potente di chi rimane ai bordi della strada in panne mentre vede sfrecciare a tutta velocità dei bobo verso un radioso futuro.

Hanno deciso di fermarsi e fermare le arterie stradali, i depositi di carburante, le piattaforme logistiche, gli scali portuali, gli accessi ai centri commerciali, di rendere gratuite le autostrade (protagoniste di un accordo segreto da poco svelato tra il precedente governo e i gestori per un aumento delle tariffe), abbattere i velox.
Come diceva un piquetero ormai venti anni fa: quando blocchiamo una strada sappiamo che è come recidere una arteria.

Hanno “riconquistato” territori di transito, facendo divenire i presidi nelle rotonde delle “comunità di lotta” in grado di sfumare le differenze, ricomporre un legame intergenerazionale (il pensionato insieme al giovane interinale) e tendenzialmente la divisione sessuale del lavoro, annullare quell’isolamento sociale dato da una urbanizzazione che ha ormai solo nei centri commerciali dei luoghi d’incontro, ed in effetti gli appuntamenti organizzativi prima del 17 novembre si sono svolti nei parcheggi di questi.

In poche parole questi luoghi – i presidi – d’incontro e di discussione, sono diventati una vera e propria scuola politica di strada e l’organizzazione è diventata “l’organizzazione dei compiti”.
I corpi intermedi e le organizzazioni politiche, non più centri gravitazionali della crescita soggettiva sono stati utilizzati in funzione della lotta, nonostante il permanere di una certa allergia, per il loro valore d’uso di “delegato politico” per ciò che riguarda le organizzazioni politiche, e di “strutturati compagni di strada” per quando riguarda i sindacati.

Allo stesso tempo hanno deciso di “andare a cercare” il nemico lì dove si trova, lì dove lui stesso ha esortato a cercarlo – la famigerata frase di Macron dopo lo scoppio dello scandalo Benalla quest’estate gli è si rivolta contro: “che mi vengano a cercare”.
Parigi, è la terza città più cara al mondo, l’open city dove la classe media è stata espulsa e dove l’”uberizzazione” della città fa sì che ci siano sulla piattaforma Air B & B più di 60.000 alloggi da affittare per brevi periodi a tempo breve. Parigi è sede di un potere sordo e arrogante e del suo stile di vita che può essere “ecolo” se la transizione la fa pagare ai dannati della terra.

Parigi è un simbolo in cui potere politico e status economico sono tutt’uno e dove sul “viale più bello del mondo” un popolo dai mille volti ha ricominciato a chiedere giustizia, e non sembra intenzionato a smettere: non erano “professionisti della contestazione” chi ha retto gli scontri avvenuti l’ultimo sabato di novembre e il primo di dicembre – certo in mezzo c’era di tutto: dall’estrema destra identitaria all’estremo opposto – erano tanti che hanno partecipato alla prima manifestazione della loro vita. I CRS sono stati “democratici” riservando loro lo stesso trattamento a base di granate esplosive e disperdenti, proiettili di gomma, gas lacrimogeni, manganellate e acqua sparata dagli idranti che prima era appannaggio dei sostenitori delle lotte ecologiste, come la ZAD, delle lotte del mondo del lavoro, come quelle degli Cheminots della SNCF o degli abitanti della periferia che subiscono quotidianamente la violenza poliziesca.
Lo stesso trattamento l’hanno ricevuto dalla stampa, molto benevola ed interessata fino alla manifestazione di fine novembre e poi piuttosto incline a maltrattarli con la stigmatizzazione negativa che hanno conosciuto i soggetti sovra-menzionati.

Due degli aspetti più interessanti sono il protagonismo femminile nella partecipazione a tutte le forme di lotta, che diviene un vettore di crescita politica e di “uscita” dalla routine della vita domestica o dall’alternanza tra lavoro salariato e lavoro di cura non pagato, affermando di fatto un desiderio di emancipazione che non è certo quello delle donne delle élites – del “femminismo” alla Sex and the city per intenderci – e che ha intrecciato il suo percorso con le mobilitazioni contro la violenza di genere sparse su tutto il territorio dell’Esagono l’ultimo sabato di novembre.

L’altro dato è la discesa in campo degli studenti delle medie superiori che bloccano i propri istituti con delle barricate, scendono in massa in strada mandando in tilt il traffico, affrontano la repressione poliziesca, e vanno ben oltre la tabella di marcia delle scadenza della protesta studentesca delle organizzazioni strutturate che la sostengono, e che trascinano con sé gli universitari.
È a questa no future generation d’Oltralpe che spesso frequenta gli istituti scolastici “meno prestigiosi” e di cui l’attuale Ministro è rimasto sorpreso per “l’estrema violenza” che bisogna guardare con attenzione per capire che il patto sociale – e la sua relativa narrazione – è saltato e non facilmente “recuperabile”.

Cos’è un movimento reale? Quello che abbiamo sotto gli occhi.
Solo chi è affetto da cronica “cecità per distrazione” o manipolato dai media mainstream non riesce a vederlo e a capire che la rottura con l’esistente è la pre-condizione affinché qualcosa di nuovo possa sorgere e che la Storia ci chiede: da che parte stai? Tertium non datur.

Come dicevano i Canuts negli anni ’30 dell’Ottocento: il nostro mondo inizierà, quando il vostro finirà.

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Francia: cartoline della rivolta sociale diffusa è un articolo pubblicato su Carmilla on line.

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