Chi è la “farfalla rossa” che a 15 anni regala il primo oro a Mosca

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Sì, ci abbiamo pensato. Mentre Alina Zagitova volteggiava leggerissima come una farfalla col suo tutù rosso, al ritmo, studiato, del Don Chisciotte. Quando si alzava leggiadra dal ghiaccio e ricadeva, sempre in equilibrio, sempre perfetta e velocissima, sempre freschissima come una rosa. Abbiamo pensato istintivamente, ed emotivamente, a Nadia Comaneci che, ancor più giovane della 15enne russa, nel pattinaggio di figure all’Olimpiade invernale di PyeongChang, folgorò, ipnotizzò, estasiò il mondo intero, ad appena 14 anni, nella ginnastica artistica, all’Olimpiade estiva di Montreal 1976.

La fantastica romena fece anche di più, alzando talmente tanto l’asticella dei voti, col suo primo, incredibile 10, da mandare in tilt anche i tabelloni elettronici. E, soprattutto, in quel particolare momento storico-politico, col suo trionfo, fece rialzare clamorosamente la testa alle piccole nazioni della Cortina di Ferro, come la Romania, all’epoca totalmente soggette alla grande madre Russia. Mentre oggi la situazione socio-politica di quell’enorme area geografica è totalmente diversa.

E la ragazzina russa, pur sfoggiando una prestazione eccellente anche nel programma libero, dopo il primo posto nel corto di due giorni prima (col record mondiale battuto prima dall’una e poi dall’altra…), non stravince, non domina, non trascende, ma la spunta davvero di un niente sulla rivale d’allenamento, la favorita per l’oro, la 18enne Evgenija Medvedeva. Tanto che il risultato finale, 239.57 contro 238.26, rileva un distacco di un’inezia, appena 1.31 punti. Terza Osmond (Usa) 231.01, quinta la nostra Carolina Kostner 212.44, bronzo a Sochi 2014, ma comunque felice, a 31 anni, di essere ancora competitiva a livelli così alti.

Primo oro, secondo doping

La Zagitova firma il primo oro ai Giochi Invernali di PyeongChang degli atleti russi, targati più anonimamente OAR (Olympian Athlets from Russia), cioé i 169 ammessi dal Cio contro i 160 esclusi perché in odore di doping. Ma, dopo il primo, nuovo, caso di positività all’antidoping di Aleksandr Krushelnitcky, bronzo del doppio misto del Curling con la moglie (al famigerato Meldonium sul quale era scivolata anche la tennista Maria Sharapova), ce n’è stato un secondo (al Trimetazidine, un cardiotonic) della bobbista Nadezha Sergeeva, 12ª nel bob a due donne (con Anastasia Kocherzhova) e argento in gennaio agli Europei di Winterberg. Il secondo caso di doping boccerà definitivamente la possibilità che la Russia possa ripresentarsi con bandiera e uniformi ufficiali alla cerimonia di chiusura di domenica.

Un oro, che è un cocktail

Sembra casuale, ma nell’esercizio davanti a qualsiasi giuria non c’è niente di casuale. Figurarsi alla prima stagione da senior della campionessa mondiale juniores  di artistico di figure su ghiaccio che ha varato da subito un cambiamento tecnico epocale proprio per guadagnarsi quel bonus importante nella valutazione, un 10% che vale l’oro. Perché mai, per metà esercizio, la Zagitova, a differenza di tutte le altre concorrenti, si esibisce soltanto in passi e trottole, belle, coreografiche, ma che non danno punti?

La prima ipotesi è che così dimostra di essere più giovane e pimpante, e di aver più birra delle altre. Che, invece, più segnate degli anni, dall’attività e dagli infortuni, con l’andare dell’esercizio, di 4’05/4’10, perdono energia. Sicuramente, così facendo, Alina si differenzia e si caratterizza ulteriormente, oltre che per il bel visino e le capacità esecutive. Qualità peraltro esaltate anche nell’ultimo allenamento nel quale ha sfoggiato addirittura cinque tripli consecutivi, un Lutz e quattro Rittberger. Ma la neo campionessa olimpica è soprattutto la prima e per ora anche l’unica in assoluto nella storia a concentrare tutto i salti nella seconda parte di gara, proprio perché, da regolamento, questo garantisce quella famosa percentuale di punti (il 10% in più della valutazione generale tecnica) che, alla fin fine, le hanno consentito di battere di un nonnulla la Medvedeva a PyeongChang. Facendo piangere di delusione davanti agli occhi del mondo intero l’amica, la compagna di allenamenti e di nazionale insieme alla quale aveva già contribuito alla medaglia d’argento nella prova a squadre.

Destino avverso

Evgenia era imbattuta dal novembre 2015 e detiene tuttora i record nei punteggi nel corto, nel libero e nel totale dell’artistico. Ma, ad ottobre, s’è fratturata il metatarso del piede destro e, pena la rinuncia all’Olimpiade, ha dovuto affrettare i tempi di recupero per i Mondiali di gennaio in Russia, dov’ha preso comunque la medaglia d’argento, proprio dietro la Zagitova. E, soprattutto, non ha potuto completare la rincorsa alla giovane rivale d’allenamenti. Perché anche lei aveva spostato due dei sette salti dell’esercizio nella prima parte, per farsi valutare maggiormente, usufruendo del famoso bonus. Ma, una volta sul ghiaccio olimpico, non s’è sentita sicura del cambiamento, ed è tornata allo schema classico, dell’1+6, lasciando già in partenza un piccolo vantaggio ad Alina. Che, comunque, con quel concentrato di undici salti tutto perfetti, quattro singoli e tre combinazioni, uno di due salti e due di due, ha meritato il trionfo sulla dominatrice del quadriennio olimpico, la prima negli ultimi 16 anni ad aggiudicarsi due edizioni dei Mondiali consecutive.

“Mi sono sentita davvero come Anna Karenina nel film. Ci ho messo tutto quello che avevo, ho lasciato tutto sul ghiaccio. Non ho rimpianti. Non ho pensato agli errori o a pattinare pulito. Per la prima volta, ho danzato come nella nebbia, mi stavo godendo il momento, quei momenti sono storici, sono solo miei, e tutto il mondo in quei quattro minuti guarda solo me. La mia anima vive di quella sensazione, corpo e cervello hanno fatto il loro lavoro. Non ho pensato e non voglio pensare all’infortunio passato. Voglio vivermi il momento, e non guardarmi indietro”.

Chi è Alina?

Che cosa mormora invece la seconda più giovane olimpionica delle figure dopo la statunitense Tara Lipinski, che aveva 6 giorni di meno, a Nagano 1998? La prima reazione, a caldo, è umanissima: “Ho vinto, sinceramente mi tremano le mani perché non ho ancora capito che sono la campionessa olimpica”. La seconda lo è ancora di più: “Quand’ho capito di essere davvero finita al primo posto, mi sono sentita felice, certo, ma anche completamente svuotata, dentro, perché per così tanti anni, dieci ormai, ho pattinato così tanto, e ho avuto alti e bassi, e infortuni, e ne sono venuta fuori, fino a guadagnarmi l’oro olimpico. E’ difficile da spiegare”. Così com’è difficile da spiegare perché per più di un anno di vita, dal 18 maggio 2002, non ha avuto un nome. Mamma, che non è mai stata un’atleta ma ha sempre sognato un futuro da atleta per la figlioletta, e papà, con un passato da hockeista, l’hanno chiamata finalmente Alina prendendo spunto dalla ginnasta di ritmica russa, Alina Kabaeva, bronzo ed oro alle Olimpiadi fra il 2000 e il 2004. Con piena soddisfazione della diretta interessata: “So quant’è forte il suo carattere e ho amato tantissimo il suo modo di esprimersi in gara“.

A cinque anni, comunque, la bimba pattinava da mattina a sera, a Izhevsk, a 12, s’era già trasferita a Mosca per allenarsi con la famosa allenatrice Eteri Tutberidze, che la segue tuttora. E ha vinto subito, tantissimo, a livello giovanile. Anche se, per la sua tenera età, fino alla stagione scorsa, non poteva misurarsi con le seniores. Ma, appena ha potuto esprimersi al massimo livello, s’è aggiudicata il Lombardia Trophy, in Italia, e tutt’e due le prove del Grand Prix – in Francia e in Cina – come anche anche la finale della rassegna, e sempre in rimonta dopo la prima prova. “La mia mentalità è quella di ricominciare da zero ed avere sempre la testa fresca, senza pensieri e senza calcoli”. Mentre la rivale Medvedeva era fuori gioco, convalescente dopo la frattura al piede.

Rivalità decisiva

“In gara cerco di non pensare a nessun altro e di concentrarmi su me stessa. Non mi esibisco per dimostrare qualcosa a qualcuno, voglio solo pattinare bene per me stessa. Zhenya ed io siamo amiche. Quando arriva la gara, avvertiamo la nostra rivalità, ma non è malefica”, sostiene Alina, quando le chiedono di Medvedeva. “Sento tante storie sul fatto che siamo l’una contro l’altra, sul ghiaccio e fuori, siamo esseri umani, comunichiamo come sempre, siamo ragazze, ragazze giovani. Parliamo di tutto. Certo, quando dobbiamo lottare, come in ogni gara, è una piccola guerra. Questo è lo sport. Dobbiamo esprimere il meglio, non importa se sei nervoso o no, e sei solo, sul ghiaccio, e anche se il tuo amico sta lottando anche lui, accanto a te, devi lottare da solo. Ogni giorno posso vedere quanto lavora duro Alina. Penso che fondamentalmente tutt’e due amiamo talmente tanto il nostro sport che ci meritiamo di fare le gare più importanti”, puntualizza la Medvedeva. Così vicine e così lontane, Zagitova e Medvedeva dividono l’allenatrice, Eteri Tutberidze, quella donna bionda dallo sguardo durissimo che anche in tv incute rispetto al solo guardarla.

“Penso che Zhenya (Medvedeva) è il modello di Alina di vita, comportamento e sistema di lavoro. Alina cerca continuamente di imitare la compagna, quando si allena, nella qualità e nella quantità, e non si ferma mai. Questo aiuta tutti. Speso posso dire all’una: “Guarda, come sta lavorando Alina… E viceversa”. Anche se le differenze fra le due sono notevoli già nell’approccio alla gara, con la 18enne che cura di più l’interpretazione e la 15enne che presta estrema attenzione alla continuità dell’esercizio: “Faccio tutti i salti nella seconda parte e, proprio per questo, non li faccio per far vedere che sono in grado di effettuarli, ma li eseguo a ritmo di musica, coordinati con gli altri esercizi, per mettere in evidenza tutti i componenti”. Alina vice a Mosca con la nonna – che quand’è in torneo le cura l’amatissimo cucciolo di cincillà -, mentre i genitori e la sorellina, Sabina (anche lei pattinatrice, sono rimasti a Izhevsk. Come passatempo gioca coi gatti e crea strass. D’ora in poi la paillette che luccica di più, sarà d’oro.

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